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La cannabis può aiutare a sconfiggere i danni causati dal Coronavirus. Non c’è molto da sorprendersi, conosciamo già gli effetti benefici della nostra amata pianta. Alcuni, durante il lockdown, avevano addirittura fatto circolare la voce – non veritiera – che potesse essere la cura al virus che sta infestando il mondo. Senza esagerare troppo, e seguendo solo la scienza, quello che sta emergendo dagli studi portati avanti in Canada e in Israele è molto interessante e vale la pena di essere approfondito, al solito, senza pregiudizi.

Gli studi in corso

Uno studio canadese si sta concentrando sulle cosiddette tempeste di citochine, uno dei sintomi di Covid-19 che causa infiammazione, gonfiore, dolore, perdita di funzionalità degli organi, e che può causare la morte delle cellule del corpo da parte del sistema immunitario. Uno dei ricercatori, intervistato dall’Espresso, racconta che per condurre le loro ricerche di laboratorio, hanno impiegato principi attivi estratti direttamente da piante di cannabis auto-prodotte, circa 400 varietà diverse con differenti livelli di cannabinoidi e terpenoidi. E i risultati hanno registrato possibili effetti benefici affinché il virus abbia minori possibilità di infettarci. Inoltre alcune specifiche varietà di cannabis sarebbero eccellenti nel ridurre l’infiammazione e nel prevenire lo sviluppo della tempesta di citochine. Insomma sono ottime notizie, che devono essere approfondite.

Il fatto che 10mila kilomteri di distanza anche altri studiosi stiano testando la cannabis come alleata nella lotta al Coronavirus, ci fa capire che la strada non è poi così sbagliata. Anche in Israele, infatti, c’è più di uno studio che
suggerisce che una combinazione di CBD con terpeni possa essere davvero efficace nel curare alcuni effetti del virus sull’organismo umano e in particolare sulle tempeste di citochine.

Nonostante i pregiudizi dei soliti noti, anche in Italia le ricerche su questo argomento si stanno sviluppando approfonditamente.

Francesco Della Valle, presidente dell’Epitech Group, società di farmacologia biologica fondata nel 2001 con sedi operative a Saccolongo (Padova) e a Pozzuoli ha raccontato, sempre all’Espresso, come è cominciata la loro avventura: “Iniziammo a studiare questa cellula nel 1992, grazie allo straordinario suggerimento di una donna altrettanto straordinaria, Rita Levi Montalcini”. La cellula di cui parla è la Pea ultra-micronizzata, che svolge una grande varietà di funzioni biologiche correlate al dolore cronico e nevralgico, agendo anche nei processi infiammatori. E’ anche una delle sostanze prodotte dal sistema endocannabinoide del nostro organismo, simili a quelle contenute nella cannabis (gli endocannabinoidi). Anche in questo caso, è bene specificarlo, la Pea non curerà il Coronavirus ma può essere un valido aiutante, qualcosa che spinge il sistema immunitario a prepararsi e proteggersi.

Il futuro è nella cannabis

Quello che ci sentiamo di dire, leggendo questi studi così complessi, è che c’è davvero bisogno di continuare a fare ricerca perché le potenzialità della cannabis sono tante, molte delle quali ancora inesplorate. Ma non solo. Il virus ci ha trovato impreparati ma ora che lo conosciamo meglio, e in attesa di un vaccino (gratuito e universale), è giusto usare tutti gli strumenti già testati per arginare il suo potere, come il Cbd. Altra cosa da non sottovalutare è la necessità di dare una via privilegiata ad un endofarmaco sicuro, che si basa su una sostanza naturale che noi stessi produciamo. Cosa c’è di meglio?

POTENZIALITÀ TERAPEUTICHE DEL CBD NELLE PATOLOGIE CARDIOVASCOLARI

Il CBD, un cannabinoide della pianta di cannabis, è diventato oggetto di studio per i suoi effetti sul sistema cardiovascolare. Il composto si sta rivelando promettente come futuro agente terapeutico per le malattie cardiovascolari, in parte grazie alla sua capacità di abbassare la pressione sanguigna e di placare le infiammazioni. Il sistema cardiovascolare svolge un ruolo fisiologico vitale nel nostro organismo. Composto da cuore, polmoni e vasi sanguigni, questo sistema svolge una funzione cruciale: trasportare sostanze nutritive, ormoni e ossigeno alle cellule attraverso il flusso sanguigno. Inoltre, smaltisce anche i prodotti di scarto, come il biossido di carbonio e altri rifiuti azotati attraverso gli stessi meccanismi.

Data la sua vitale importanza, risulta abbastanza ovvio che eventuali malfunzionamenti o malattie del sistema cardiovascolare possono avere conseguenze catastrofiche. Non è infatti un caso che le patologie cardiovascolari siano tra le principali cause di morte in tutto il mondo. I disturbi che rientrano in questa categoria includono le malattie cardiache reumatiche croniche, l’ipertensione, la coronaropatia, gli ictus e le malattie delle arterie, delle arteriole e dei capillari.

Le cause delle malattie cardiovascolari sono numerose, ma uno dei fattori più importanti è sicuramente lo stile di vita. Il modo migliore per evitare che tali condizioni si verifichino è seguire una dieta sana e fare esercizio fisico regolare.

Un’altra soluzione per prevenire, e possibilmente trattare, le malattie cardiovascolari potrebbe risiedere all’interno delle piante di cannabis. La ricerca sta dimostrando che il CBD è un agente terapeutico efficace per una serie di problemi di salute, tra cui le malattie cardiovascolari. Alcuni studi suggeriscono che il sistema cardiovascolare può trarre importanti benefici dal CBD, i cui effetti antinfiammatori ed antiossidanti sono la chiave della sua azione terapeutica.

CBD, SISTEMA VASCOLARE E STRESS

I cannabinoidi hanno dimostrato di avere un effetto diretto sul sistema vascolare. A quanto pare, il CBD sarebbe in grado di ridurre la tensione delle pareti dei vasi sanguigni.

Uno dei benefici del CBD sul sistema cardiovascolare è la sua capacità di ridurre la pressione sanguigna a riposo, così come la pressione sanguigna di fronte a stimoli stressanti. Un articolo del 2017 pubblicato sulla rivista JCL Insight studiò la capacità del CBD nel ridurre la pressione sanguigna nel corpo umano. Ai nove volontari maschi sani che parteciparono allo studio furono somministrati 600mg di CBD o di placebo.

Secondo i risultati ottenuti, il CBD dimostrò di poter abbassare la pressione sanguigna sistolica a riposo (la pressione arteriosa massima durante la contrazione cardiaca) e di ridurre il volume sistolico (la quantità di sangue pompato ad ogni battito). Questi risultati hanno importanti implicazioni considerando che l’ipertensione arteriosa è una delle cause della cardiopatia ischemica.

STRESS E ANSIA

Lo studio ha anche dimostrato che il CBD è in grado di ridurre la risposta della pressione arteriosa allo stress. Sebbene lo stress sia spesso percepito come un problema di salute mentale, a lungo andare può avere profonde conseguenze fisiologiche. Lo stress a lungo termine viene infatti associato allo sviluppo delle malattie cardiovascolari. Tale stress può derivare dall’isolamento sociale, dal basso status socio-economico, dalla vita lavorativa e dall’ansia.

Lo stress può contribuire ad innescare le malattie cardiovascolari aumentando la pressione sanguigna. Anche il rilascio cronico di ormoni dello stress, come ad esempio adrenalina e cortisolo, può essere un fattore determinante. La ricerca ha dimostrato che lo stress può cambiare i meccanismi di coagulazione del sangue, aumentando il rischio di infarti.

Secondo un documento di ricerca del 2012, il CBD avrebbe anche effetti ansiolitici. Poiché l’ansia è un fattore che contribuisce allo stress, e lo stress può a sua volta innescare malattie cardiovascolari, si tratterebbe di un ulteriore meccanismo generato dagli effetti benefici del CBD sul sistema cardiovascolare.

MIOCARDITE

La miocardite è una malattia causata dall’infiammazione del miocardio, il tessuto muscolare del cuore. La British Heart Foundation riporta che tale patologia non è indotta da fattori legati allo stile di vita, tra cui il fumo e la dieta. La fondazione afferma inoltre che non esistono terapie mediche disponibili per prevenire tale disturbo. Molte persone che si ammalano di miocardite si riprendono con complicazioni minime o nulle. Tuttavia, in alcuni casi l’infiammazione degenera a tal punto da danneggiare il cuore.

Le cause principali della miocardite sono le infezioni virali, batteriche e fungine e le malattie autoimmuni. I sintomi di questa patologia possono spesso manifestarsi come dolore/senso di oppressione al petto, mancanza di respiro, difficoltà a respirare, sintomi simili ad un’influenza e palpitazioni cardiache.

Alcune interessanti ricerche hanno dimostrato che il CBD potrebbe avere in futuro importanti applicazioni terapeutiche contro la miocardite. Un articolo del 2016 pubblicato sulla rivista Molecular Medicine ha esaminato gli effetti del CBD su infiammazioni, ricostruzione e disfunzioni del miocardio in cavie animali affette da miocardite autoimmune.

I risultati dello studio mostrano come la somministrazione di CBD tenda a ridurre sensibilmente la miocardite autoimmune, migliorando anche le disfunzioni del miocardio e l’insufficienza cardiaca. I risultati raggiunti dal CBD sono in gran parte dovuti ai suoi effetti antinfiammatori ed antifibrotici. Gli autori dello studio sostengono che il CBD potrebbe avere un enorme potenziale nelle terapie contro la miocardite.

ISCHEMIA MIOCARDICA E ARITMIA

L’ischemia è definita come un apporto insufficiente di sangue ad un organo o ad una qualsiasi parte del corpo, in modo particolare nei muscoli del cuore. Quando si parla di cuore, l’ischemia può causare aritmie o battito cardiaco irregolare. Un battito del cuore più lento del normale è anche conosciuto come bradicardia, mentre il battito cardiaco più accelerato è noto come tachicardia. Un battito cardiaco irregolare viene definito come fibrillazione o flutter atriale.

Le sostanze nutritive e l’ossigeno trasportati dal sangue sono vitali per le cellule, ma quando vengono a mancare può verificarsi la morte cellulare, o necrosi. Quando l’ischemia interrompe il flusso di sangue verso il cuore, si creano le condizioni per un infarto, ovvero una piccola area localizzata di tessuti muore a causa della mancanza di afflusso di sangue.

Il CBD sembra avere effetti cardioprotettivi quando si parla di ischemie e di mancanza di flusso sanguigno verso il cuore. Un articolo pubblicato sul British Journal of Pharmacology ha rilevato che la somministrazione acuta di CBD in vivo sopprime le aritmie cardiache indotte dalle ischemie e riduce le dimensioni dell’infarto, quando somministrato a riperfusione (terapie che ripristinano il flusso sanguigno).

Otre ad avere un effetto di risparmio dei tessuti riducendo le dimensioni dell’infarto, il CBD offre anche effetti antiaritmici.

CBD E ICTUS

L’ictus è un problema di salute molto grave che rientra tra le patologie cardiovascolari. Si verifica quando l’apporto di sangue alle aree del cervello viene ostruito. Quanto prima una persona riceverà i trattamenti contro l’ictus, tanto minori saranno i danni. Questo perché più a lungo verrà interrotto l’apporto di sangue e più a lungo le regioni cerebrali non riceveranno ossigeno e sostanze nutritive vitali. Ciò può causare gravi danni cerebrali e persino la morte.

Ci sono due cause principali di ictus. L’ictus ischemico si ha quando l’afflusso di sangue cessa a causa di un coagulo di sangue che blocca il flusso. L’ictus emorragico si verifica quando un vaso sanguigno che alimenta il cervello esplode.

Su una pubblicazione scientifica della rivista Pharmaceuticals (Basel) si discute del potenziale terapeutico del CBD nelle terapie per trattare l’ictus ischemico. La ricerca dimostra inoltre le proprietà antinfiammatorie, antiossidanti e neuroprotettive del CBD. Questo cannabinoide ha una potente e prolungata azione cerebroprotettiva ed antiossidante, il che significa che in futuro potrebbe avere un potenziale terapeutico nel trattamento dell’ictus ischemico.

Con il termine artrite viene indicato qualsiasi disturbo che colpisce le articolazioni, con dolore, rigidità, gonfiore e mobilità ridotta. È la causa più comune di disabilità e non esiste alcuna cura. La cannabis sta guadagnando popolarità come trattamento tra i pazienti con artrite perché può ridurre dolore e gonfiore, e sia il THC che il CBD vengono sottoposti a esami di laboratorio e sperimentazione clinica da alcuni anni.La forme più comune è l’osteoartrosi, una malattia degenerativa che di solito si verifica con l’età, e l’artrite reumatoide, che è una malattia autoimmune. In aggiunta a terapia fisica, esercizio fisico e controllo del peso, alcuni farmaci possono ridurre l’infiammazione e il dolore. Moltissimi pazienti diventano però dipendenti dagli antidolorifici e molti di loro muoiono a causa dell’azione soppressiva degli oppiacei sul sistema nervoso centrale. In USA e in altri Paesi, è in corso una epidemia da antidolorifici a causa di pazienti che cercano di alleviare l’artrite e i suoi sintomi. Negli Stati in cui la cannabis è legale e molte persone stanno consumando i derivati della cannabis invece degli antidolorifici, le morti per uso medico di oppiacei sono diminuite del 25 per cento. Alcune prove ottenute dalle ricerche di laboratorio e dalla sperimentazione umana suggeriscono che l’intero fitocomplesso della cannabis svolgono una azione terapeutica nel trattamento del dolore cronico e dell’infiammazione. Un importante indizio dalla ricerca scientifica su cannabis e dolore è scaturito da uno studio del 2007. Qui i ricercatori indicano che i nostri nervi incaricati di trasportare i segnali di dolore dalle articolazioni al cervello sono pieni di recettori dei cannabinoidi. Lo studio conclude osservando che i recettori CB1 periferici potrebbero essere elementi importanti nel controllo del dolore nell’osteoartrite. Un intero ramo di ricerca sta oggi osservando il CBD per studiare la sua efficacia come agente anti-artrite senza gli effetti psicotropi del THC. Uno dei primi studi sull’azione del CBD ha suggerito una possibile assunzione orale di CBD come sostanza anti-artrite, mentre uno studio più recente conclude che un cannabinoide sintetico derivato dal CBD rappresenta un potenziale nuovo farmaco per l’artrite reumatoide e altre malattie infiammatorie. Il recettore CB2 regola anche la sensibilizzazione centrale e le risposte al dolore associate con osteoartrosi del ginocchio, secondo una ricerca del 2013.È infine opportuno ricordare che il farmaco a base di cannabis Sativex, sviluppato dalla GW Pharmaceuticals, ha mostrato un significativo effetto analgesico nel trattamento del dolore causato da artrite reumatoide e ha causato una significativa soppressione dell’attività della malattia.Dopo gli studi citati sta emergendo un consenso scientifico, e altre ricerche hanno dimostrato che l’azione anti-infiammatoria dei due cannabinoidi principali può rallentare in modo efficace l’artrite e mitigare i suoi sintomi. Un numero crescente di prove di ricerca identifica i cannabinoidi come possibili trattamenti per l’artrite, ma la stragrande maggioranza dei medici specialisti e dei familiari non è a conoscenza di questa potenzialità. La mancanza di indicazioni ufficiali e di specifici protocolli di trattamento impedisce al personale sanitario di provare a curare i pazienti con la cannabis. Sono necessari metodi, composizioni e dosaggi collaudati per rassicurare la medicina tradizionale sull’efficacia della cannabis contro l’artrite. È una necessità abbastanza urgente dal momento che l’utilizzo di oppiacei e altri antidolorifici ha raggiunto proporzioni preoccupanti.Oggi, in base alle leggi locali, è disponibile una gamma di prodotti affidabili contenenti cannabinoidi progettati per la salute umana. I metodi di assunzione e le dosi non sono ancora pienamente determinati, anche perché nell’ambito della fitoterapia e della riduzione del dolore gli effetti possono variare da paziente a paziente.

In natura esistono due tipi di dolore: il dolore nocicettivo ed il dolore neuropatico. Il primo tipo di dolore, che non è materia di questo articolo è il dolore che tutti proviamo se c’è qualcosa che non va, è un dolore “utile” che ci avverte di un qualche problema a livello del nostro corpo, nasce dai normali recettori e percorre le vie che normalmente trasportano le informazioni dolorifiche: mal di schiena, di spalla, di denti. 

Il dolore neuropatico è un dolore “inutile” nasce dalle strutture nervose stesse e ci dà informazioni errate per esempio facendosi avvertire come dolorose delle sensazioni che dolorose non sono (ALLODINIA). È il dolore tipico dei soggetti che hanno avuto una mielolesione, o una cerebrolesione, è un dolore che insorge spontaneamente, tende a cronicizzarsi ed è resistente alle normali terapie antidolorifiche.

È accompagnato da una forte componente emotiva in quanto il paziente conosce il proprio dolore e sa quanto sia “difficile“ da sconfiggere.

Si manifesta classicamente con il bruciore, il formicolio fastidioso, la scarica elettrica.

Può essere presente anche l’IPERALGESIA che è la risposta abnorme ad uno stimolo doloroso e l’IPERPATIA, che indica il dolore che rimane anche dopo che un eventuale stimolo doloroso è stato rimosso.

Compare generalmente dopo qualche mese dall’evento che ha danneggiato il midollo e si stima che più della metà dei pazienti con mielolesione lo sperimenti. Il dolore neuropatico difficilmente si risolve con il tempo ma anzi crea un circolo vizioso dolore-ansia-depressione che può peggiorare sia la qualità di vita del paziente sia le sue relazioni umane. Numerosi sono i trattamenti proposti per alleviare questa patologia e questo sta proprio ad indicare che non vi è un trattamento da considerarsi risolutivo: tutto può aiutare, niente risolve il problema in modo definitivo.

Vi è una scaletta da seguire nella gestione del dolore, scaletta che vale per tutti i tipi di dolore, a partire dai farmaci più semplici e con meno effetti collaterali per arrivare ai farmaci oppiacei ed ad alcune tecniche chirurgiche di impianto di pompe antalgiche o di elettrostimolatori, fino a tecniche di danneggiamento chirurgico delle vie nervose.

Recentemente si è aperta una strada che pare molto promettente e sulla quale incentrerò l’attenzione: la CANNABIS TERAPEUTICA.

Dal dicembre 2016 è disponibile LA CANNABIS FM2, prodotta dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, l’unica struttura autorizzata, al momento in Italia, alla produzione di cannabis. La cannabis è costituita da inflorescenze femminili non fecondate, essicate e macinate che contengono i precursori acidi di delta -9- tetraidrocannabinolo (THC) ed una percentuale di cannabidiolo (CDB). Oltre a queste sostanze sono presenti i TERPENI che conferiscono alla cannabis il caratteristico odore e sapore, essi ottimizzano gli effetti terapeutici della cannabis e ne riducono gli effetti indesiderati.

I fitocannabinoidi presenti nella pianta di cannabis sono in grado di interagire con alcuni recettori del nostro organismo CB1 e CB2 che sono presenti in varie regioni del cervello, del midollo spinale, nel cuore, nei polmoni, rene, milza, intestino etc. con potenziale effetto antidolorifico, antinausea, stimolante l’appetito, antiinfiammatorio. In seguito all’assunzione della cannabis solo una bassa percentuale (10-30%) sarà utile ai fini terapeutici, in quanto il resto viene eliminato rapidamente dal fegato.

Qualsiasi medico può prescrivere la sostanza A PAGAMENTO. La richiesta deve essere non ripetibile e redatta secondo determinati criteri. Il medico è tenuto ad ottenere e conservare il consenso del paziente al trattamento con cannabis e deve correttamente informarlo dei rischi e degli effetti collaterali della stessa.

Una recente delibera della Regione Veneto, permette che il farmaco possa essere dispensato dal Servizio Sanitario Regionale (SSR) GRATUITAMENTE, previa prescrizione da parte di medici specialisti in: neurologia, reumatologia, terapisti del dolore e da medici operanti nelle strutture di cure palliative; ciascuno per le patologie di proprio interesse. La prescrizione deve soddisfare, al massimo, il fabbisogno di un mese di terapia e la cannabis deve essere erogata dalla ULSS di residenza del paziente.

Le patologie per le quali la cannabis è prescrivibile a carico del SSR sono:

dolore neuropatico resistente alle terapie convenzionali anche a base di oppioidi

spasticità nei pazienti con sclerosi multipla e lesioni midollari, sintomo che non sia adeguatamente controllato dalle cure tradizionali

dolore oncologico non adeguatamente controllato dalle migliori terapie antalgiche.

Le indicazioni si ampliano nelle prescrizioni a pagamento con possibilità di usare la cannabis anche per

trattamento della nausea in corso di chemioterapia, radioterapia, terapie per l’AIDS

stimolare l’appetito in soggetti particolarmente debilitati,oncologici o affetti da AIDS

ridurre la pressione oculare nel glaucoma resistente alle terapie convenzionali

ridurre i movimenti involontari in alcune patologie neurologiche.

COME SI PRESENTA LA CANNABIS

Le formulazioni sono essenzialmente tre: sotto forma di olio, sotto forma di estratto essicato per tisana ed estratto per inalazione. Sono stati recentemente testate nuove formulazioni: biscotti, caramelle, tinture, succhi di frutta; viene riferito però che la dose assorbita a livello intestinale è influenzata dal tipo di cibo assunto nel giorno, e quindi ne è difficile la titolazione, mentre l’assunzione per inalazione permette un assorbimento rapido e completo a livello polmonare, non modificato da altri fattori.

Non è prevista una formulazione da fumare in quanto questa è la via più suscettibile di provocare effetti indesiderati perché si associa al rilascio di sostanze tossiche per la salute: catrame, ammoniaca, monossido di carbonio.

È indispensabile iniziare a basso dosaggio per poi salire gradualmente in quanto la cannabis si accumula nel tessuto adiposo che la rilascia lentamente e quindi se si aumenta la dose troppo in fretta si corre poi il rischio di avere fenomeni di “overdose”: depressione, senso di angoscia, allucinazioni. Mentre l’olio somministrato a gocce per via sublinguale non presenta problemi di titolazione, la preparazione della tisana richiede dosi e metodo di preparazione ben standardizzati.

Per l’inalazione esistono appositi apparecchi in commercio, non vanno bene i comuni apparecchi per aerosol, anche in questo caso la procedura di preparazione deve essere rigorosamente seguita.

Il tempo di riposta alla cannabis dipende dal modo di assunzione che è molto più rapido per via inalatoria (5 minuti) che per via orale (30/90 minuti) e dalla quantità di sostanza utilizzata; il tempo per il quale la cannabis assunta si mantiene efficace è di tre/quattro ore per l’inalazione, di 4/8 ore per la via orale.

La preparazione per essere efficace deve essere riscaldata, per ottenere la conversione dei cannabinoidi acidi nella loro forma farmacologicamente più attiva “neutra”, tranne l’olio che è già attivato con il calore in fase di estrazione e che pertanto non deve essere preparato dal paziente.

Se una dose non è efficace è necessario comunque aspettare almeno 10/12 ore prima dell’assunzione di una seconda dose.

Le formulazioni più utilizzate, attualmente in commercio sono il BEDROCAN che presenta alti livelli di THC e sembra preferibile per la sindrome di Gilles de la Tourette, il glaucoma, la perdita di peso, l’inappetenza ed il BEDIOL in cui invece è maggiore il contenuto di CBD e che sembrerebbe essere più efficace nei pazienti con dolore cronico ed in quelli con spasmi muscolari.

L’Alzheimer è una patologia debilitante che la società fa ancora fatica a comprendere e trattare. Incide negativamente sulla vita di tutti coloro che ne sono toccati, a partire dai pazienti stessi fino ai loro congiunti e la famiglia che li circonda. La ricerca si sforza di trovare nuovi e differenti modi di far luce su questa malattia, ed uno di questi è incentrato sulla cannabis. Diamo quindi uno sguardo alla situazione.

COSA È ESATTAMENTE IL MORBO DI ALZHEIMER?

Alzheimer è un termine per tutta una gamma di disturbi degenerativi del cervello, ed è la più comune forma di demenza, che colpisce il 70% dei malati di demenza nel mondo. La malattia in sé è una condizione neurologica che comporta la morte delle cellule cerebrali, perdita di memoria, e declino delle facoltà cognitive, moderata al principio e che peggiora progressivamente. La malattia può essere sporadica o familiare: la forma sporadica può colpire qualsiasi individuo adulto, ma di solito si manifesta dopo i sessantacinque anni di età. La forma familiare è molto rara ed è un disturbo genetico che colpisce vari geni. Mutazioni in questi geni fanno sì che la persona può sviluppare l’Alzheimer intorno ai trenta o quarant’anni.

La varietà dei sintomi include: confusione nella conversazione quotidiana, rallentamento nelle attività abituali, perdita d’entusiasmo per quelle che erano in precedenza attività gradite, difficoltà mnemoniche spesso persistenti – specialmente per eventi recenti, il dimenticare luoghi ben noti, persone e volti, imprevedibilità emotiva e deteriorazione delle capacità relazionali, difficoltà o incapacità a elaborare istruzioni e domande. Tutto ciò può indicare la presenza di una o più patologie similari, quali il morbo di Alzheimer, la demenza vascolare, o la demenza a corpi di Lewy.

CANNABIS, THC, CBD & ALZHEIMER

Disturbi degenerativi come l’Alzheimer inibiscono il normale funzionamento del cervello, dunque mantenere un sano tessuto cerebrale nel corso della vita è importante e può ridurre il rischio di contrarre il morbo di Alzheimer – così come altri disturbi quali sclerosi multipla e Parkinson. Ciò si ottiene attraverso un regolare esercizio mentale e fisico, ma la ricerca sta evidenziando che l’equilibrio chimico nel cervello può essere migliorato con l’introduzione di cannabinoidi ostili ai precursori del morbo di Alzheimer – una certa serie di enzimi.

La presenza di questi enzimi è uno dei segnali precoci e marchi caratteristici nella diagnosi del morbo di Alzheimer, ed uno dei maggiori contributi al progredire della malattia. La stimolazione del sistema endocannabinoide con dosi costanti di THC e CBD nei ratti ha mostrato l’incremento dell’elasticità delle cellule esistenti, la prevenzione dell’infiammazione neuronale, e il rinforzo della neurogenesi. Esse hanno agito come antagonisti nei confronti dell’enzima specifico che permette a dei peptidi aggressivi di accumularsi nelle cellule cerebrali, ed aiutato a prevenire la formazione di placche e neuro-grovigli. La sperimentazione ha evidenziato che quando CBD e THC sono somministrati a fini protettivi a dei ratti affetti da morbo di Alzheimer, possono alleviare sintomi quali l’isolamento sociale, migliorare il riconoscimento facciale, e accrescere la memoria.Non c’è una cura nota per l’Alzheimer, e i farmaci sono abitualmente prescritti solo per i sintomi secondari, come irrequietezza o depressione. I cannabinoidi hanno mostrato di calmare l’agitazione in pazienti aggressivi e le perturbazioni notturne in pazienti agitati. Hanno anche mostrato di avere un effetto calmante sui più perturbati, indurre il sonno, stimolare l’appetito, e combattere la depressione nei sofferenti di Alzheimer.

C’è ancora molto da imparare sulle complessità del cervello, sull’Alzheimer e sugli effetti medicinali della cannabis. Ma lo sviluppo di un trattamento che rallenti o arresti il progredire della patologia è imperativo per migliorare la qualità della vita per i pazienti, ed alleggerire i costi sanitari associati al morbo di Alzheimer. Molte prove indicano che i cannabinoidi hanno un importante ruolo da svolgere nella salute del sistema nervoso, ma è necessaria molta più ricerca per conseguire una comprensione definitiva – che si spera possa condurre alla sperimentazione clinica. Fino ad allora, la situazione resta incerta, ma una cosa è sicura: i risultati ottenuti fino a questo momento sono assolutamente positivi. Davanti a noi potrebbe esserci un brillante futuro per la medicina dei derivati della cannabis.

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