La cannabis può aiutare a sconfiggere i danni causati dal Coronavirus. Non c’è molto da sorprendersi, conosciamo già gli effetti benefici della nostra amata pianta. Alcuni, durante il lockdown, avevano addirittura fatto circolare la voce – non veritiera – che potesse essere la cura al virus che sta infestando il mondo. Senza esagerare troppo, e seguendo solo la scienza, quello che sta emergendo dagli studi portati avanti in Canada e in Israele è molto interessante e vale la pena di essere approfondito, al solito, senza pregiudizi.

Gli studi in corso

Uno studio canadese si sta concentrando sulle cosiddette tempeste di citochine, uno dei sintomi di Covid-19 che causa infiammazione, gonfiore, dolore, perdita di funzionalità degli organi, e che può causare la morte delle cellule del corpo da parte del sistema immunitario. Uno dei ricercatori, intervistato dall’Espresso, racconta che per condurre le loro ricerche di laboratorio, hanno impiegato principi attivi estratti direttamente da piante di cannabis auto-prodotte, circa 400 varietà diverse con differenti livelli di cannabinoidi e terpenoidi. E i risultati hanno registrato possibili effetti benefici affinché il virus abbia minori possibilità di infettarci. Inoltre alcune specifiche varietà di cannabis sarebbero eccellenti nel ridurre l’infiammazione e nel prevenire lo sviluppo della tempesta di citochine. Insomma sono ottime notizie, che devono essere approfondite.

Il fatto che 10mila kilomteri di distanza anche altri studiosi stiano testando la cannabis come alleata nella lotta al Coronavirus, ci fa capire che la strada non è poi così sbagliata. Anche in Israele, infatti, c’è più di uno studio che
suggerisce che una combinazione di CBD con terpeni possa essere davvero efficace nel curare alcuni effetti del virus sull’organismo umano e in particolare sulle tempeste di citochine.

Nonostante i pregiudizi dei soliti noti, anche in Italia le ricerche su questo argomento si stanno sviluppando approfonditamente.

Francesco Della Valle, presidente dell’Epitech Group, società di farmacologia biologica fondata nel 2001 con sedi operative a Saccolongo (Padova) e a Pozzuoli ha raccontato, sempre all’Espresso, come è cominciata la loro avventura: “Iniziammo a studiare questa cellula nel 1992, grazie allo straordinario suggerimento di una donna altrettanto straordinaria, Rita Levi Montalcini”. La cellula di cui parla è la Pea ultra-micronizzata, che svolge una grande varietà di funzioni biologiche correlate al dolore cronico e nevralgico, agendo anche nei processi infiammatori. E’ anche una delle sostanze prodotte dal sistema endocannabinoide del nostro organismo, simili a quelle contenute nella cannabis (gli endocannabinoidi). Anche in questo caso, è bene specificarlo, la Pea non curerà il Coronavirus ma può essere un valido aiutante, qualcosa che spinge il sistema immunitario a prepararsi e proteggersi.

Il futuro è nella cannabis

Quello che ci sentiamo di dire, leggendo questi studi così complessi, è che c’è davvero bisogno di continuare a fare ricerca perché le potenzialità della cannabis sono tante, molte delle quali ancora inesplorate. Ma non solo. Il virus ci ha trovato impreparati ma ora che lo conosciamo meglio, e in attesa di un vaccino (gratuito e universale), è giusto usare tutti gli strumenti già testati per arginare il suo potere, come il Cbd. Altra cosa da non sottovalutare è la necessità di dare una via privilegiata ad un endofarmaco sicuro, che si basa su una sostanza naturale che noi stessi produciamo. Cosa c’è di meglio?